Warning: Undefined variable $fullImagePath in /var/www/vhosts/qbquantobasta.it/httpdocs/plugins/opengraph/content/content.php on line 331
La fabrica del ton di Marano - qbquantobasta.it
Skip to main content

La fabrica del ton di Marano

La chiusura dello stabilimento “Maruzzella” di Marano Lagunare e il suo trasferimento nel nuovo sito di Novi Ligure ci ha spinto a scrivere qualcosa su ciò che ha rappresentato e rappresenta la “fabrica del ton” a Marano. Le notizie riportate sono tratte da un lato da bibliografia ufficiale e dall’altro dai vissuti quotidiani di almeno tre generazioni di famiglie di maranesi che si sono susseguite all’interno dei vari reparti dello stabilimento.

La Igino Mazzola, con sede in Genova, operante prevalentemente nel commercio estero dei prodotti ittici e coloniali, acquistò a Marano Lagunare una piccola fabbrica di sardine di proprietà del signor Malagnini. Marano fu scelto “per la sua posizione nell’Alto Adriatico, allora molto ricco di pesce azzurro, “come zona di cerniera tra l’Istria e la costa veneta”.

La ditta creò poi altri insediamenti a Lisignano e Isola di Sansego. La Mazzola provvide anche a costruire una flotta peschereccia che arrivò a contare ben 18 barche da pesca attrezzate con lampare (saccaleve). Ogni peschereccio era riconoscibile da un numero (tutti ancora a Marano ricordano “la 9” o “IGMA” (n.d.a. le iniziali di Igino Mazzola), la barca ammiraglia acquistata poi dalla famiglia maranese dei Giai e operante fino a pochi anni fa con il nome di Elen. Ed è ancora in attività l’Alex, il “Teresina prima”, “la 5” della flotta Mazzola.

Dopo il secondo conflitto mondiale, la ditta perse gli stabilimenti in Istria e le barche da pesca dislocate nell’Isola di Sansego. Le barche da pesca di Marano, superstiti dopo gli eventi bellici, furono vendute ai pescatori di Marano. Nel dopoguerra la ditta, trasformata in società per azioni, potenziò lo stabilimento maranese concentrando l’attività sull’inscatolamento del tonno.

Le tonnare dell’Alto Adriatico

Le tonnare della costa Alto Adriatica erano generalmente costituite da una lunga rete, stesa da terra verso il largo, posta a sbarramento lungo il tragitto migratorio dei tonni rossi, che veniva chiusa al momento dell’entrata del tonno e salpata da terra come una tratta. Nel Golfo di Trieste la tratta del tonno era tradizione dei pescatori sloveni del Carso triestino fino al 1956, anno dell’ultima pescata.

Nell’Alto Adriatico il tonno veniva pescato anche in mare aperto: già all’inizio del 1900, lungo le coste dalmate, operavano alcune tonnare vagantive dotate di reti a circuizione per tonni. In seguito all’esodo istriano e dalmato del secondo dopoguerra, questo tipo di pesca si diffuse a Trieste, Grado, Marano, Chioggia, Cesenatico e veniva praticato da due barche operanti in coppia. Nel 1951, al largo delle coste della Romagna, l’Angelo e la Miralonda di Marano catturarono in una sola volta 200 quintali di tonno, la più grande pescata effettuata con questo metodo nell’Alto Adriatico. (Attualmente il tonno dell’Alto Adriatico non è oggetto di alcun sistema di pesca specifico).

Il segno di riconoscimento: la scatoletta

Ciò che ha contraddistinto il tonno di Marano è senza dubbio la scatoletta “Maruzzella”. L’ideazione della marca fu una felice intuizione legata all’omonima canzone, molto popolare negli anni ’60. L’immagine (il tonno con la pipa a sinistra del marchio e la sirenetta sulla destra) rese questa scatola assolutamente riconoscibile rispetto alle altre allora presenti sul mercato.

Ancora più rivoluzionario fu il fatto che le scatolette di “Maruzzella”, introdotta sul mercato nel 1958, erano da 100 e 200 grammi: autentica innovazione che forniva ai consumatori formati da porzione singola, mentre fino ad allora il tonno veniva inscatolato in formati superiori al chilo. Negli anni ‘70 la Igino Mazzola fu la prima ad adottare la scatola in alluminio con interno smaltato bianco e un’apertura semplice che evita gli schizzi d’olio e agevola lo svuotamento del contenuto della scatola.

La Maruzzella e Marano

La Maruzzella ha rappresentato una fonte di reddito per tutte le famiglie di Marano. In ogni famiglia c’era almeno un componente che lavorava in fabbrica; gli uomini con mansioni di facchino, tagliatore, caldaista, manutentore, magazziniere; le donne nel “salon” a dividere con maestria e con un affilatissimo coltello il tonno di prima, seconda e terza scelta, o a seguire le linee di inscatolamento o il magazzino.

La fabrica de Maran ha dato lavoro stagionale sino a 500 persone; alla fine degli anni ’70 contava oltre 350 dipendenti; agli inizi degli anni ’90 le maestranze si erano assottigliate a circa 230 unità. Il 31 luglio 2009, ultimo giorno lavorativo prima delle ferie, vi erano occupate circa 70 Persone.

 

  • Creato il .
  • Ultimo aggiornamento il .
Privacy Policy