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Dieci domande a Donatella Cinelli Colombini


Lei conduce un’azienda vitivinicola tutta al femminile. Qual è il valore aggiunto che una donna apporta in questo tipo di realtà lavorativa?

Per una donna il talento e la capacità non sono mai date per scontate, vanno sempre dimostrate. Questa situazione dura tutta la vita e vale anche per chi ha raggiunto grandi
risultati. Per questo noi donne ci impegniamo allo spasimo con ritmi di lavoro forsennati su ogni progetto.

Quali sono le parole d’ordine del suo programma per l’associazione Le donne del vino?
“Insieme”.

Che cosa non deve mai mancare come aspirazione o come valore a una donna del vino italiano?
Non deve mai mancare il coraggio di provarci ancora, nonostante le opportunità mancate, le difficoltà, la fatica. Le donne italiane che lavorano nel mondo del vino hanno più talento che
opportunità. Ora bisogna aumentare queste opportunità. Le donne dirigono il 30% delle cantine italiane ma sono quasi assenti nei luoghi in cui vengono prese le decisioni. Le donne
del vino sono mediamente più scolarizzate dei colleghi maschi e spesso hanno ottime competenze nella comunicazione e nel marketing cioè nei comparti in cui la filiera produttiva del vino è più debole. Una maggiore presenza di donne nei punti chiave potrebbe accrescere le prospettive del vino italiano. Non deve mai mancare la condivisione perché chi vince
da sola va poco lontano ma chi cerca di portare avanti tutti costruisce il futuro.

Lei ha viaggiato molto. Qual è l’iniziativa che ha apprezzato in giro per il mondo e che porterebbe in Italia? Sono colpita dal successo dei concorsi
enologici con giuria femminile (Giappone, Francia...). Sono un chiaro indice della nuova importanza delle donne come consumatrici di vino.

Ha ideato “Cantine aperte” e “Calici di stelle”. Quale ora un suo desiderio o progetto per l’enoturismo in Italia?

Parliamo di Donne del vino e non di Turismo del vino. Ovviamente per ora è solo un sogno perché deve essere ancora sottoposto all’approvazione del CDA delle Donne del vino ma era nel programma che ho sottoposto alle socie durante le elezioni e quindi credo di poterne parlare. Io vorrei organizzare un grandissimo evento che si svolga contemporaneamente in tutti i luoghi del vino delle donne d’Italia – cantina, ristoranti, enoteche …- e parli di vino alle donne wine lovers. Una sorta di Festa delle donne del vino da realizzare verso l’8 marzo.

Che cosa manca al vino italiano per essere primo in classifica nel mondo?
L’unità d’intenti e una forte azione di marketing a livello mondiale.

Tre aggettivi per definire il vino italiano
Ottimo, sempre nuovo, legato al territorio.

Cosa è cambiato in Italia dopo l’Expò di Milano nella percezione del mondo del vino?

C’è una maggiore considerazione per il ruolo di locomotore che il vino può svolgere nei confronti di tutto il made in Italy.

Un libro da consigliare a chi si avvicina al mondo del vino.
Più che un libro consiglio di frequentare il primo corso da Sommelier.

Dove trova tutta l’energia per fare tante cose, tutte belle e importanti?

Io ho fantasia, non è un merito, è un dono o meglio una grazia che il Signore mi ha dato e che cerco di mettere al servizio di tutti, in azienda e in altre situazioni. Spero di usarla bene.

Augurandoci di poterci incontrare in Friuli per un brindisi con un nostro vino regionale, Le auguriamo buona strada!

 

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Giovanna Flor, la signora del brodo

Giovanna Flor titolare della Bauer

E se il brodo granulare lo mettessimo sul gelato? Niente appare impossibile per la regina italiana del brodo. Giovanna Flor è una signora poco più che quarantenne, che nella vita voleva fare il poliziotto ma in pochi anni si è trovata alla guida di uno dei principali produttori italiani di insaporitori alimentari. L’amministratrice della Bauer, azienda nata negli anni ‘30 e acquistata una trentina di anni fa dal padre, si colloca ormai al quarto posto, in Italia, dietro a Nestlè, nel mercato sempre più competitivo dei preparati alimentari. Con una visione e una sensibilità tutta trentina, però. L'azienda, che impiega 16 dipendenti, infatti, sta rapidamente diventando il leader della produzione di dadi bio la cui nuova linea è stata presentata a Trento poche settimane fa anche con l’aiuto di due grandi chef - Peter Brunnel e Loretta Fanella- che, per l’appunto, si sono sbizzarriti a reinventare prodotti come il gelato usando i granulari della Bauer.

Da anni l’azienda trentina ha adottato metodiche produttive che si ispirano alla produzione artigianale, se non addirittura casalinga, dei concentrati per cucina, anche nelle linee classiche. Per la preparazione degli insaporitori, le
tavolette e i granulari, infatti, si adottano tecnologie e procedure “naturali” tra cui la lentissima cottura nei forni
dell'azienda in cui la materia prima viene tenuta anche 7 ore.

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Enzo Vizzari golose anticipazioni di Ein Prosit

Direttore delle Guide dell’Espresso- Ristoranti d’Italia, Direttore della Guida Espresso- Vini d’Italia, membro permanente del Grand Jury Europèen du Vin, rubrica fissa settimanale su l’Espresso nonché un blog che parla di ristoranti e si chiama Fritto misto. Enzo Vizzari, critico gastronomo fra i più importanti d’Italia. Ein Prosit è riuscito a portarlo nuovamente a Malborghetto, dopo la fortunata edizione 2014 (+ 30% di presenze) per curare e guidare i “Laboratori dei Sapori”, con una consulenza mirata relativa ai cuochi blasonati che, per gli “Itinerari del Gusto” saranno presenti dal 15 al 18 ottobre 2015 alla XVII edizione dell’evento promosso da Consorzio di Promozione turistica del Tarvisiano, di Sella Nevea e di Passo Pramollo. Noi di qbquantobasta ci siamo fatti raccontare alcune ghiotte anticipazioni sulle novità e presenze a Malborghetto e Tarvisio.


Confermato alla guida dei laboratori dei sapori per gli incontri ravvicinati con gli chef più blasonati d’Italia, lei ritorna volentieri a Malborghetto; l’esperienza 2014 è stata positiva anche per lei
Un’esperienza positiva da molteplici punti di vista, grande disponibilità e flessibilità dell’organizzazione, una regia praticamente perfetta in un’atmosfera di grande convivialità, entusiasmo, attenzione, ma soprattutto apertura e consenso tangibile da parte dei ristoratori e degli operatori di settore del Tarvisiano. E questo è l’elemento decisivo. Funzione essenziale di queste manifestazioni è infatti il raccordo con chi sul territorio opera e lavora quotidianamente. Ad Ein Prosit ho percepito un reale desiderio di conoscere, imparare, confrontarsi e anche raccontare la propria identità da parte di ristoratori e albergatori. Professionisti bravi e capaci. E in più del Tarvisiano mi piace la qualità della vita.


Ein Prosit, non solo cuochi ma anche prodotti
I prodotti locali che si possono assaggiare ad Ein Prosit, che entrano nella creazione dei piatti e delle proposte culinarie, sono un valore in più: dovrebbero fare sempre parte delle voci prioritarie dell’incoming per i turisti. Chiederei ai ristoratori di essere generosi, di non godere solo loro di queste leccornìe, ma di farle conoscere a tutti. Ein Prosit offre ai visitatori curiosi del buono, prodotti della tradizione selezionati, bontà culinarie spesso sconosciute altrove, abbinamenti inconsueti e appaganti.


“La gola si coltiva e curiosi del cibo si diventa”, ha affermato in precedenti interviste
Esattamente, la gola si coltiva come una qualunque abilità. A mangiare si impara e solo mangiando si capiscono le differenze. Ciò vale anche per il bere. Non ci sono scorciatoie. Si deve avere un approccio laico, cioè essere aperti a tutte le novità, sperimentarle e continuare a farlo sempre. Poi ci sono le persone che preferiscono accontentarsi del noto, di ciò che conoscono e che li gratifica. Un atteggiamento da rispettare, esattamente come quello di chi invece vuole scoprire sempre nuovi sapori e combinazioni di ingredienti.


Come vuole farci diventare golosi-curiosi a Ein Prosit? Ci può anticipare qualche nome?
Apertura alla grandissima giovedì 15 ottobre con Chicco Cerea! A Tarvisio e Malborghetto ci sarà una parata di fuori classe, Davide Scabin da Combal Zero, Luciano Monosilio di Pipero al Rex, Ciccio Sultano essenza culinaria della Sicilia, Gennaro Esposito da Vico Equense, i fratelli Costardi, maghi del risotto. E Roscioli, simbolo della più alta gourmanderie. Una cucina inequivocabilmente italiana, che guarda alle radici ma è molto evoluta. Intelligentemente aperta alle suggestioni e alle idee che vengono da fuori. Anche quest’anno poi ci saranno i grandi nomi della pizza, anche se in certi casi dire pizza è riduttivo, Renato Bosco, Salvatore Salvo, Franco Pepe.


Giovani chef emergenti?
Giuliano Baldessari di Aqua Crua e Riccardo Camanini del Lido 84. Una cucina originale fatta di modernità e sostanza. Venite a scoprirli di persona!

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Intervista a Cristiano Shaurli

Assessore regionale FVG Cristiano ShaurliAssessore, stando alle sue prime dichiarazioni ha raccolto la sfida di guidare un assessorato importante, come quello dell’agricoltura, con grande entusiasmo. È cosi’?
Ho iniziato certamente con entusiasmo e molta voglia di fare, ma anche con consapevolezza dei problemi e senso di responsabilità. Il nostro sistema agricolo e agroalimentare sta affrontando passaggi importanti e molto delicati, che chiedono un’attenzione particolare da parte della Regione e un deciso impegno per la difesa del potenziale agricolo, la salvaguardia dei redditi e il recupero di attrattività per i giovani. È una sfida di non poco conto, nella quale, tuttavia, ci sono significative opportunità.
Quali sono le priorità che ha già individuato?
Al primo posto c’è la conclusione del negoziato con la commissione europea per l’approvazione del PSR 2014-2020, che va di pari passo con l’interlocuzione ministeriale per la DOC Friuli Venezia Giulia, l’attività di AGEA e i finanziamenti all’Associazione Allevatori per i controlli funzionali. Ci sono inoltre gli investimenti nei settori della bonifica e dell’irrigazione, che rappresentano un punto qualificante della prossima manovra di assestamento del bilancio. Un insieme di azioni e di interventi che si collocano nel segno della continuità con l’operato di Sergio Bolzonello.
Il piano di sviluppo rurale di quante risorse sarà dotato e a che punto è?

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Giannola Nonino, il suo frigo, la sua cucina

Giannola Nonino nella foto di Tassotto&MaxGiannola Nonino è una persona davvero disponibile: nonostante i suoi tanti impegni, ha risposto volentieri alle nostre domande per la rubrica Frigo & friends, del mensile qbquantobasta.Nei numeri precedenti abbiamo intervistato anche Emanuele Scarello e Adriana Antonutti.

Che cosa non manca mai nel suo frigo?

Innanzitutto le mie Grappe preferite: la Grappa Nonino Tradizione 43° per realizzare il NONINOTONIC, perfetto abbinamento ai cibi che amo e compagna speciale per l’intera serata; la Grappa Monovitigno® Moscato da abbinare ai dolci e al gelato di Timballo, adorato da Benito; la Grappa di Ribolla, avvolgente e femminile, quando cerco un’ispirazione; ÙE® l’Acquavite d’uva Fragolino, aromatica, selvaggia. Penso che mi assomigli. Infine l’Amaro Nonino Quintessentia, che adoro perché speziato, morbido, intenso nei profumi, perfetto come aperitivo, il “Nonino Frozen”, o come digestivo liscio, con ghiaccio e fetta d’arancio, da gustare in casa soli o con gli amici. Nel mio frigorifero c’è sempre anche una selezione di formaggi, dal latteria friulano al Parmigiano Reggiano, la soppressa dell’amico Rino, il prosciutto crudo di San Daniele o quello leggermente affumicato di Cormòns. Non mancano mai frutta e verdura di stagione: la Rosa di Gorizia- quella autentica di Brumat - e radicchi di campo, che condisco entrambi all’antica maniera “cu’ lis frìzzis”. Inoltre adoro i pomodori e le zucchine del mio orto.
Ama cucinare? Sì, quando ho tempo, ma spesso, causa il telefono, brucio tutto!
Come ha imparato a cucinare?
Dalla zia Irene, sorella del papà, grande cuoca che ha viziato me e mia sorella fin da piccine.
E lei come racconta il cibo alle sue nipoti?
Più che raccontarlo, quando riesco a ritagliarmi un piccolo spazio di tempo, mi diletto a cucinare con loro: è una gioia immensa, peccato che accada molto raramente.
Che cosa si mangia in casa Nonino?
Una cucina semplice: materie prime di prima qualità, come quelle che ho già indicato, e poi spaghetti di grano duro conditi con il pomodoro dell’orto; assieme a Morena e altre amiche facciamo circa 900 vasetti da 500 gr per Cristina, Antonella, Elisabetta, per i miei nipoti e per regalare e spedire in tutto il mondo agli amici del Premio Nonino. Poi spaghetti olio, aglio e peperoncino, amatriciana con il guanciale di Rino, patate cotte in ogni modo, qualche arrosto di carne o di pesce, e sempre tanta, tanta, tanta verdura, in particolare cruda.
Prima colazione veloce in piedi o con il tavolo apparecchiato?
Tavolo apparecchiato con molta cura da me prima di andare a letto: tovaglia perfetta, tazze per il caffè-latte, posate e lattiera d’argento della mia mamma. Caffè Illy e latte fresco friulano accompagnato da fette di pane tostato al forno e reso goloso dalla marmellata di albicocche della Val Venosta preparata in casa ogni anno.
Il suo ingrediente preferito?
Il peperoncino.
L'utensile a cui non potrebbe rinunciare?
Il colapasta.
L'oggetto a cui è più affezionata nella sua cucina?
Una tazza antica della mia mamma in porcellana KPM di Berlino che, nelle ricorrenze importanti, impreziosisce la mia prima colazione: uno dei pochi pezzi rimasti integri del suo servizio di nozze.Un profumo a cui non sa resistere?
Quello del Pirus, distillato di pere Williams di Silandro Val Venosta, che Cristina, Antonella ed Elisabetta distillano artigianalmente per me e per i grandi intenditori delle acqueviti di frutta: tipico, avvolgente, elegante, afrodisiaco.  Mi dà la sensazione di gustare una pera Williams appena raccolta dall’albero a maturazione perfetta.
L'ultimo posto dove il cibo l'ha particolarmente colpita?
Il 30 gennaio, Borgo Nonino, alla cena in onore dei premiati e della Giuria: Emanuele, degli "Amici" di Godia, ci ha incantato fra l’altro con “Nonino Winter” realizzato con doppio brodo di gallina, Amaro Nonino Quintessentia e scorza d’arancio …. Come talvolta si usa dire, “mangiâ e murî” !
E infine, se non siamo indiscreti, da dove prende tutta quell'energia e quell'entusiasmo per cui tutti la
conoscono e riconoscono?
Dalla gioia di vivere, dall’amore per la mia famiglia, dalla passione per il mio lavoro, e dunque anche dalla mia Grappa, di cui utilizzo perfino qualche goccia per profumare l’acqua mentre faccio il bagno. Oltretutto è profumo di Acqua di Vita: purissimo e anallergico.
Le foto sono di Tassotto&Max

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Giuliano Marini, il maggiordomo delle api

Non tutti i mieli sono uguali, questo è certo, quando poi le api hanno anche un maggiordomo a disposizione i risultati si vedono e si gustano! Qualcuno svolge infatti una nuova professione esclusiva: il maggiordomo delle api. Ce ne sono pochissimi, noi abbiamo la fortuna di conoscerne uno, Giuliano Marini della Fattoria Rurale Canaisbio e ve lo vogliamo presentare con la sua fantastica proposta “adotta un alveare bio”.

Di che cosa si occupa un maggiordomo delle api,  Giuliano Marini ? Sovrintende al buon andamento e alla cura della casa seguendo le indicazioni del suo padrone. Qui da Canaisbio Fattoria Rurale, il padrone di casa sono le api e noi siamo al loro servizio, facciamo loro da maggiordomo. Ci prendiamo cura della loro casa, delle loro necessità, assecondandone i tempi e i ritmi naturali. Riceviamo in cambio un dono speciale, il miele. Questa è la filosofia che da 10 anni seguiamo, improntata su una forte sinergia tra api e uomo!


Cosa significa prendersi cura delle api? Prenderci cura delle api equivale a prenderci cura dell’ambiente che ci circonda, ricordandoci che è responsabilità nostra impegnarci per limitare i danni provocati dai nostri stili di vita, che poco sono in sintonia con i tempi e i modi della natura. Con la diminuzione degli spazi verdi, il disboscamento, l’inquinamento da pesticidi e diserbanti, con la crisi della biodiversità e l’incombere delle coltivazioni transgeniche i fiori purtroppo spariscono e queste fantastiche sentinelle ne soffrono. Viene a mancare loro la felicità di visitare, bottinare, impollinare e nutrirsi del nettare delle piante…

Ora ci proponete di adottare uno dei vostri alveari… Non solo ma anche di venire a conoscere da vicino le api. Loro vi racconteranno di come comunicano danzando, di come, sporcandosi di polline, fanno innamorare i fiori, di come esplorano il mondo degli odori e dei colori. La nostra proposta è quella di far adottare un alveare, dandogli il nome che ognuno degli adottanti sceglierà e in cambio di ricevere in dono 6 Kg di miele. L’azienda Canais spedirà un attestato che certificherà l’adozione. Si può essere adottanti da soli, con la famiglia, con colleghi e amici...

MODALITÀ PER L’ADOZIONE:
• Le adozioni si effettueranno da marzo (siete ancora in tempo!)• L’adozione è annuale, il miele verrà consegnato in settembre • Le varietà di miele che riceverete dipenderanno dalla qualità e prevalenza delle fioriture • Potrete
dare un nome al vostro alveare e riceverete un attestato che certifica l’adozione • È possibile adottare una famiglia (alveare) al costo di 75 € in cambio di 12 vasi da 500 g • Potete adottare singolarmente o in gruppo (circoli aziendali, colleghi, amici, G.A.S., ecc.) • Durante la stagione gli adottanti riceveranno via e-mail foto e video di aggiornamento. •

Per informazioni: Canaisbio Fattoria Rurale, Billerio (Magnano in Riviera) 33010, in via Prampero, 100.
cellulare: 348 75 323 74 (Giuliano) e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. facebook: Canaisbio Fattoria Rurale

L'articolo completo è stato pubblicato sul mensile cartaceo qbquantobasta di marzo 2015

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Sport e vino, canoa e Prosecco con Daniele Molmenti

Daniele Molmenti vignaiolo Sul numero di aprile del mensile qbquantobasta Ilaria Brunetti intervista Daniele Molmenti, incontrato a Sidney durante gli allenamenti.  Daniele Molmenti è un’eccellenza friulana: canoista pordenonese, a soli trent’anni vanta ventiquattro titoli Italiani, tre Europei assoluti, uno Mondiale, una Coppa del Mondo e l’oro olimpico di Londra 2012. A questa lunga lista di riconoscimenti sportivi ha recentemente affiancato un’etichetta di Prosecco che porta il suo nome. Un’eccellenza friulana che promuove un’altra eccellenza friulana. Sport e vino: si tratta senza dubbio di un’accoppiata insolita. Per saperne di più e capire come le bollicine possano accompagnare la pagaia, incontriamo Daniele a Sydney, durante la sua preparazione invernale.
Daniele, come sei arrivato sul kayak?
Nella vita si fanno degli errori, la canoa è uno di quelli! Ho cominciato per caso, seguendo mio fratello, che aveva scoperto questo sport grazie ai “Punti Verdi”, campus estivi che organizzano diverse attività sportive all’aperto. Mia madre pensò bene di iscrivere anche me, per tenerci impegnati durante i mesi estivi.
Ti sei innamorato subito di questo sport?
Grazie al “Gruppo kayak canoa” di Cordenons ho imparato a vivere all’aria aperta, tra golfi, mari, fiumi e mi sono innamorato del fare sport in mezzo alla natura, l’agonismo ancora non c’era. Le gare non erano che un divertimento, segnavano la fine di una settimana di campeggio in giro per l’Italia. Un giorno mi dissero che quella che stavo per affrontare era una gara importante. E fu al termine di quella gara che ricevetti la maglia azzurra della squadra nazionale. Partecipai agli europei, iniziai a viaggiare molto e l’interesse in questo sport continuò a crescere. Quando arrivarono le prime medaglie anche la passione agonistica esplose. E da allora non mi sono più fermato, spinto dalla voglia di dare sempre il meglio. Nel 2007 sono diventato professionista con il Gruppo Sportivo Forestale.
Perché un errore?
Era solo una battuta! Certo, si tratta di uno sport che richiede molti sacrifici e, pur avendo vinto le Olimpiadi, non ho certo la vita di un calciatore di Serie A… Mi sono dovuto inventare una carriera e devo pensare a cosa posso fare oltre allo sport. Sto studiando Giurisprudenza per migliorare la mia posizione nel Corpo Forestale e ho diversi progetti in corso, da coach sportivo a relatore nelle scuole e nelle aziende. E poi c’è la mia passione per il vino.

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La pennellessa, in ricordo del babbo fornaio

Sul numero di aprile di qbquantobasta abbiamo pubblicato questo racconto di una lettrice, dedicato al babbo fornaio. Un bel ricordo che ha come protagonista uno dei dolci tipici della nostra terra: la pinza (o pinsa). "La pennellessa, con il suo carico di tuorlo d’uovo sbattuto, si muoveva seguendo un percorso circolare che andava dall’esterno all’interno di quella forma tonda, perfetta, ben lievitata. Nel suo muoversi, il giallo del tuorlo si stendeva, lucido e vivo, sulla superficie tremolante del dolce. Avevo raggiunto l’età che mio padre riteneva adeguata al compito. La pennellessa, stretta fra le giovani dita della mia mano destra, iniziava un percorso che in seguito avrebbe rifatto tante volte, potrei dire infinite volte, su infinite forme circolari di pasta dorata.
E lo dovevo fare con precisione.
E lo volevo fare con precisione.
E lo avrei fatto con precisione.
Il movimento di pennellessa e mano si fondeva con il profumo di vaniglia e limone che la pasta sprigionava. La superficie della pinsa diventava a ogni passata di pennello via via più lucida, il suo colore via via più simile a quello del sole. E il sole era già alto quando quel movimento contribuiva a trasformare e a completare il laborioso passaggio di un impasto informe di farina e uova in un dolce dal sapore caldo e pieno, dal gusto intenso e profumato. Dalla consistenza soffice e spugnosa. Il cui inizio aveva avuto origine diverse ore prima.
L’inizio era avvenuto nel buio, nel silenzio della notte, quando le mani di chi lavorava e gli occhi di chi guardava erano solo quelli di mio padre fornaio e dei suoi garzoni. Quando il buio della notte era assenza di suoni e odori per il paese che dormiva.
E questa assenza diveniva essenza stessa di segreto, di ricette tramandate e imparate spesso senza necessità di essere scritte: non ricordo di averlo mai visto leggere o scrivere quello che era necessario amalgamare per realizzare quei dolci pasquali. Così si faceva. Così lui faceva. Seguendo una memoria istintuale. Quasi che le mani, più che la mente, fossero il deposito privilegiato di quella memoria.


Al mattino, quando mi alzavo, le pinsis avevano già avuto la loro prima lievitazione ed erano disposte in modo regolare sulle leccarde che poi sarebbero servite a infornarle.

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Marco Dreon: professione pastore

Marco Dreon Marco Dreon Professione: pastore. Marco è là dov'è il suo gregge. Da sempre le zone di golena, le aree marginali delle Grave, i territori demaniali oltre l'argine, strade campestri, capezzagne e campi incolti sono i corridoi scelti dai pastori per lo spostamento degli armenti da un punto all'altro del territorio. Queste vie sono note anche a Marco, giovane pastore che una volta all'anno trasferisce il suo gregge di oltre 700 pecore dalla Carnia fino alla pianura friulana.

Il suo percorso di transumanza parte da Malga Crostis (1.870 m di altitudine in comune di Comeglians), prosegue attraverso i comuni di Ovaro, Villa Santina, Preone, Vito d'Asio, Clauzetto, Castelnovo, Travesio, Sequals, Spilimbergo, San Giorgio della Richinvelda, San Martino al Tagliamento, Valvasone, Casarsa, San Vito al Tagliamento e si conclude a Sesto al Reghena a una quota di soli 13 m. Sono ben 15 le amministrazioni comunali che deve contattare preliminarmente per poter percorrere a piedi con il suo gregge quei 120 km nella destra Tagliamento, impiegando circa 4 mesi, da novembre a febbraio.

Quello del pastore è un mestiere che si svolge all'aria aperta per 365 giorni all'anno, racconta Marco Dreon, 28 anni;  il ritmo delle attività è determinato dalle esigenze degli animali e dall'andamento delle stagioni. La velocità di trasferimento è data dai regolamenti dei singoli comuni per la possibilità di sosta del gregge o del solo permesso di passaggio sul territorio. Una volta giunto alla meta, il gregge sosta fino a maggio tra i pioppeti messi a disposizione da diversi proprietari della zona. La passione di Marco per la natura, la vita all’aria aperta, gli animali, in particolare per pecore e capre, risale a quando era bambino e con il nonno Leandro, commerciante di bestiame, girava il Friuli per vendere e acquistare animali.
Dopo la scuola media si iscrive all'Istituto Tecnico Agrario di Spilimbergo. Superfluo dirlo: la sua materia preferita era zootecnia. Con un diploma di perito agrario in mano, lavora per tre anni in un allevamento di suini a San Vito al Tagliamento, ma è un lavoro al chiuso, che si svolge per gran parte all'interno di capannoni: gli manca l'aria! Si licenzia e con i soldi risparmiati acquista i suoi primi 150 capi; sono pecore particolarmente rustiche, ottime camminatrici,  frutto dell'incrocio tra la razza Biellese e la Bergamasca.

Ma il mestiere non si impara sui libri. Siamo nel 2009 e Marco trascorre le prime due stagioni da pastore insieme a colui che gli ha venduto il gregge, attingendo dal veterano conduttore di pecore più competenze possibili. E’ anche il momento di sperimentare concretamente cosa significa vivere al ritmo degli animali, stare sempre lontano da casa, abituarsi alle intemperie, lavorare 7 giorni la settimana, scordarsi parole come ferie e vacanze, ma anche doccia, divano, microonde.
La passione, si sa, fa superare ogni difficoltà e disagio. Quando sosta in pianura deve occuparsi della tosatura, della nascita degli agnellini, della ricerca di aree da pascolare in rotazione (nel frattempo sono entrate a far parte del gregge anche una trentina di capre di razza Maltese).  A fine maggio anche quest’anno organizzerà il trasferimento ai pascoli d’alta quota di Malga Crostis dove troverà anche alcune vacche, un paio di asini e un cavallo che gli sono affidati nel periodo estivo. Completa la fattoria di montagna un certo numero di animali di bassa corte, galline e oche che liberamente razzolano nello spazio tra la casera e i ricoveri per gli animali. “Non posso dimenticare i cani di razza pastore australiano, preziosi collaboratori nella conduzione del gregge. Tra loro spicca il mitico Falco.


La giornata in malga è davvero lunga, inizia alle 6 del mattino con la mungitura degli animali in lattazione, poi c'è la conduzione delle bestie al pascolo, la produzione di formaggio e ricotta negli ambienti adibiti alla caseificazione. Di solito il pranzo è veloce perché bisogna dedicarsi alla pulizia delle stalle e ai lavori di manutenzione ordinaria della malga, assicurare l'acqua agli animali e poi anche tenerli d'occhio per un corretto e sostenibile sfruttamento del pascolo. Nel tardo pomeriggio gli animali vengono radunati nuovamente presso la struttura per la seconda mungitura del giorno. Il latte ottenuto viene lasciato riposare e verrà unito al latte della mattina successiva per una nuova produzione di formaggio. Ultime faccende, un boccone per cena, ancor più gradito se in compagnia di amici ed entro le 22 Marco si guadagna il letto e un meritato riposo. Di notte a vigilare sugli animali c'è Falco.
Sabato e domenica la malga è invasa dagli ospiti: un brulicare di visitatori occasionali, escursionisti, appassionati di prodotti tipici, tutti a caccia del formaggio che si produce in quota. Formaggio e ricotta vanno a ruba, tanto che a fine estate nel “camarin” della malga non c'è più nemmeno una caciotta. Per stagionare qualche forma Marco deve letteralmente “nascondere” il prodotto agli occhi di potenziali acquirenti. Ma alcuni si spingono fino in malga anche solo per scambiare due parole con il giovane pastore. E a Marco brillano gli occhi quando gli si chiede di raccontare dei suoi animali.
Siamo arrivati alla fine di ottobre, le bestie sono in asciutta, le giornate si accorciano, l'erba stenta a ricrescere … è ora di scendere, uomini e animali si rimettono in cammino, inizia un nuovo ciclo, le stagioni si susseguono.

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Birra artigianale: intervista ad Ago Arioli

Cos’è la birra artigianale? Ce lo racconta il fondatore del Birrificio Italiano, Agostino Arioli. "Il problema della fama e della moda è che tutti parlano della birra artigianale, tutti la vogliono, ma nessuno sa di cosa si parla". È difficile smentire le parole di Agostino Arioli perché effettivamente spiegare che cos’è quella che viene chiamata “birra artigianale” non è semplice. Agostino non è un mastrobirraio qualsiasi. Nel 1996 fonda il primo birrificio lombardo, il Birrificio Italiano, e oltre a essere uno tra i maggiori promotori dell’associazione Unionbirrai è considerato uno dei migliori professionisti del settore brassicolo. Munito di tanta pazienza – requisito essenziale per il suo mestiere – prova a spiegare, secondo lui, quali sono i quattro aspetti fondamentali.
1. «La qualità degli ingredienti è al primo posto perché quando si fa birra artigianale non si cercano soluzioni economiche, il profitto non è lo scopo principale. Il birraio utilizza le particolarità delle materie prime per dare carattere al prodotto. E cosa ancor più affascinante è che, come un pittore si abbandona al proprio estro mentre dipinge, il brewer è così tanto partecipe nei processi di produzione che ogni sfumatura di sapore, di colore o di profumo posseduta dalla birra non è altro che una particolarità del carattere del birraio stesso».
2. «Non è pastorizzata. Che poi, a dirla tutta, la fase di pastorizzazione è solo la punta dell’iceberg, diciamo l’aspetto maggiormente conosciuto ai più. Nella produzione di birra commerciale vi sono tanti altri trattamenti che possiamo definire di stabilizzazione che, al contrario, non avvengono nel nostro caso. Per esempio io non filtro, non centrifugo e non uso niente per chiarificare, perché la birra artigianale è viva! E questo non è solo un concetto metaforico, lo senti anche nel gusto del prodotto finale».
3. «Estro, creatività e passione. Come ho detto prima il fattore umano è fondamentale. Una birra artigianale non parla solo di se stessa, ma anche di chi la produce. Il birrario dovrebbe conoscere non solo la sua birra, ma seguirla fino in fondo arrivando anche a coloro che la bevono: andare nei locali dove viene venduta. Questa è artigianalità».
4. «Indipendenza dalla major. Dal mio punto di vista ogni birrificio artigianale non dovrebbe essere partecipato né dai big dell’industria, né dai distributori che hanno un grosso potere a livello nazionale o internazionale. L'indipendenza non è un ostacolo alla crescita commerciale perché quest’ultima non può che avere dei tempi diversi. Bisogna accettarlo perché il prodotto artigianale ha le sue tempistiche, e questo avviene in tutti i settori non solo nel nostro. Altrimenti se vuoi crescere a tutti costi devi fare molti compromessi sia a livello societario che tecnologico che di mentalità: puoi smettere di fare birra in quattro settimane cercando di buttarla fuori in due, ma allora non sarebbe più birra artigianale.
credit foto: birranotizie.blogspot.com
leggi anche La birra artigianale italiana è maggiorenne

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